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Sant'Agostino

Agostino apre una scuola di retorica a Roma, dettaglio, chiesa di Sant'Agostino, San Gimignano.

Agostino apre una scuola di retorica a Roma, dettaglio, chiesa di Sant'Agostino, San Gimignano.

La Regola di Agostino

I precetti che saranno posti a fondamento della Regola Agostiniana così come venne definita nel corso del XIII secolo risalgono in parte a scritti attribuiti allo stesso Agostino e databili agli anni 388-389. In dodici brevi capitoli il Padre della Chiesa definisce i fondamenti della vita conventuale: la povertà, l’amore per il prossimo, l’obbedienza, la preghiera, la lettura delle Scritture, il lavoro e l’operato apostolico.

La spiritualità della famiglia agostiniana, oltre che da Agostino, trae la sua origine anche dall'esperienza eremitico-contemplativa di alcuni istituti religiosi sorti nei secoli XII-XIII in un clima di risveglio spirituale ed ecclesiale. Queste fondazioni, che avevano adottato la regola di Sant’Agostino e ne vivevano la spiritualità, avevano i loro eremi situati poco distanti dai centri abitati; i membri, costituiti da laici e sacerdoti, conducevano una vita di preghiera e di penitenza, sempre in stretto contatto con il popolo anche senza averne la diretta cura pastorale. Per volere di papa Alessandro IV (1254-1261) nel 1256 si riunirono a Roma, presso la chiesa di Santa Maria del Popolo, i delegati di tutti i monasteri degli istituti eremitici e di altri istituti minori e accettarono la volontà del Pontefice di unirsi giuridicamente per costituire un unico grande Ordine, l'Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino. Nacque così ufficialmente la famiglia religiosa agostiniana, che venne annoverata tra gli Ordini "mendicanti" o "di fraternità apostolica", sul modello dei Francescani e dei Domenicani, già sorti da alcuni decenni e approvati dalla Chiesa.

 

La filosofia di Agostino

Secondo un calcolo del suo amico e discepolo Possidio, Agostino fu autore di 1030 scritti. In generale, le opere che ci sono pervenute testimoniano una somma conoscenza della filosofia antica; sappiamo infatti dalla Confessioni - opera in cui l’autore racconta della sua vita soffermandosi poi sull’essenza del tempo - che durante gli studi egli lesse e imparò a memoria molti testi di filosofi antichi. Tra queste letture sono citati l’Ortensio di Cicerone (106 a.C.- 43 a.C), gli scritti di erudizione di Varrone (116 a.C. - 27 a.C.) e quelli di Apuleio (125 – 180 circa). In seguito, a Milano entrò in contatto con la cultura neoplatonica attraverso la lettura di Plotino (205 – 270), filosofo greco erede di Platone, che seppe conciliare le idee platoniche con la filosofia di Aristotele; questa ricerca del vero prevedeva un universo determinato da due principi, il divino da una parte e la materia inerte dall’altra, dove la realtà era costituita nei suoi gradi intermedi da diverse combinazioni di queste astrazioni. In questa consapevolezza l’uomo occupava un posto privilegiato, potendo ascendere alle contemplazioni del divino, guidato dalla ragione, ma potendo anche recedere ai livelli più bassi seguendo la materialità degli istinti. Il modello neoplatonico influenzò radicalmente la filosofia agostiniana, con tutte le conseguenze che questo ebbe sui successivi sviluppi del pensiero occidentale.

Come Agostino stesso dichiara "la filosofia dei pagani non è più nobile della nostra filosofia cristiana, che è la sola vera filosofia". È questo il punto di forza del pensiero agostiniano, l’essere cioè riuscito a coniugare la filosofia con la fede, accettando quest’ultima come guida e stimolo alla ricerca filosofica. Agostino seppe indagare nella profondità dell’uomo attraverso la perfezione di Dio e proprio in questo binomio – uomo e Dio – si raccoglie la forza e si manifesta l’autorevolezza del pensiero umano. E’ dunque compito di questa dottrina ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità superando ogni scetticismo che influenza qualunque ricerca filosofica e guidare l’uomo verso la sapienza che è conoscenza e dominio del sommo bene.

 

Agostino e il neoplatonismo nell’estetica rinascimentale

Io ti ho collocato al centro del mondo,
disse il Creatore ad Adamo, affinché tu
più facilmente ti guardi intorno e veda
tutto ciò che esso contiene. Io ti ho creato
affinché tu sia libero educatore e signore
di te medesimo.
(Pico della Mirandola)

Alla luce di queste idee siamo portati a credere che il pensiero agostiniano, che era riuscito a conciliare il Cristianesimo con gli studi classici, sia di fondamentale importanza per la comprensione dell'arte rinascimentale e che le sue idee si attualizzino nell'estetica del tempo, in quel clima di riscoperta e di rivalutazione della cultura antica intrapreso da Marsilio Ficino e Pico della Mirandola.

All’inizio del Quattrocento l’arte italiana pervenne ad una condizione di vera maturazione proponendo una visione artistica pienamente innovativa che segnò l’inizio della modernità. Jacob Burckhardt, uno storico tedesco, nella sua pubblicazione La civiltà del Rinascimento in Italia (I edizione 1860, tradotta in Italia nel 1876) definì questa epoca "rinascimentale", per sottolineare come, da questo momento, l’arte torna a "rinascere" secondo una visione estetica molto simile a quella dell’età classica. Questa nuova visione nacque da una cultura filosofica complessa e articolata fondata sull’idea che l’uomo fosse al centro del mondo e fosse dotato, non solo di libero arbitrio, ma anche di una intelligenza che gli permetteva di capire e decifrare il mondo che lo circondava. In pratica l’uomo andava emancipandosi da quella visione mistica medievale, per cui l’unica conoscenza possibile era quella trasmessaci dalla parola di Dio. Era necessario dunque colmare la frattura che sussisteva tra la cultura laica rappresentata dai modelli etici dell’antichità e quella religiosa che a sua volta condannava l’antichità in quanto pagana. In questo dibattito anche l’arte ebbe un ruolo non secondario, perché l’arte, in quanto rappresentazione, è sempre conoscenza; questo giudizio contrastava con il pensiero medievale dove la visione dell’arte era basata fondamentalmente sulla religione ed escludeva del tutto la bellezza e la rappresentazione della realtà. Il fine doveva essere essenzialmente didattico: insegnare le storie della religione cristiana. La bellezza, l’armonia, la rappresentazione del vero, dunque, non erano importanti; al contrario, erano spesso considerate pericolose, in quanto una ricercatezza formale è qualcosa che parla ai sensi, e come tale può indurre più al peccato che non ai buoni precetti.

In questo clima culturale il neoplatonismo fornì importanti spunti teorici di riflessione. Infatti secondo questa filosofia, ciò che è bello è anche buono, e ciò che è buono è anche bello; in pratica non c’era conflitto tra sfera etica ed estetica. Tutto questo contribuì a riportare, nel corso del Quattrocento, il tema della bellezza ad una nuova attualità. Per questo l’arte contribuì a creare il nuovo uomo del Rinascimento, un uomo che indaga con ogni strumento il mondo che lo circonda per meglio conoscerlo, e il pensiero agostiniano influenzò intensamente la svolta figurativa che segna il passaggio dall'arte medievale a quella del rinascimentale.